Intervento all’assemblea CGIL-FLC, 25 marzo 2011

31 03 2011

Desideriamo anzitutto ringraziare la CGIL per l’invito e per l’occasione che ci dà di portare alla discussione il contributo di queste due categorie, quella dei dottorandi e quella di coloro che, già dottori di ricerca, hanno intrapreso un percorso di post-doc che solitamente avviene sotto forma dell’assegno di ricerca.

Vorremmo iniziare con un dato numerico, per farvi avere un’idea di quanti siano i dottorandi e i gli assegnisti e di quale sia la loro proporzione rispetto alle altre categorie che si occupano di ricerca nelle università pubbliche italiane.

Dalle statistiche ufficiali del Miur risulta che nel 2009 il totale di dottorandi ed assegnisti, considerati come un unico insieme in virtù di alcune analogie nelle loro condizioni lavorative (le condizioni economiche in primis e la dimensione a termine dei loro contratti), erano 55.000, di cui solo assegnisti circa 16.000. Nello stesso anno il numero di ricercatori e professori di 1° e 2° fascia era di 60.000.

Ciò significa che nell’Università pubblica italiana coloro che si occupano di ricerca sono divisibili in 2 grandi categorie numericamente omogenee: da una parte dottorandi ed assegnisti, cioè studenti e precari, e dall’altra il personale strutturato.

Però, sebbene la ricerca italiana sembri  reggersi su queste due gambe, sul fronte dei diritti esiste una forte disparità: queste due categorie, in particolare quella degli assegnisti, sono proprio quelle meno tutelate. Ad esse infatti sono comunemente negati anche alcuni diritti fondamentali, tra cui il diritto di voto e quello di avere una propria rappresentanza in tutte gli organi istituzionali dell’università.
E ciò avviene praticamente in tutti gli Atenei, incluso il nostro, dove solo gli assegnisti sono ben 182, un numero maggiore sia dei professori associati (che sono 129) sia dei professori ordinari (156).

Questa legge di riforma dell’università non contribuisce, a nostro parere, a cambiare la situazione. Durante l’iter legislativo della legge Gelmini, pensavamo che quello potesse essere un momento importante di discussione per ripensare alla figura del dottorando e dell’assegnista di ricerca. Purtroppo il nostro tentativo di dialogo non ha sortito alcun effetto. Se andiamo a considerare il solo lato economico della questione, la mancanza cronica di finanziamenti, resa ancora più evidente a seguito di questa riforma, sta mettendo in ginocchio i conti delle università e soprattutto si sta rischiando di condannare questa nostra intera generazione di studenti e giovani ricercatori alla disoccupazione.
Gli articoli della legge che ci interessano più da vicino sono quelli che riguardano il dottorato (articolo 19) e l’assegno di ricerca (articolo 22).

Il punto più critico dell’articolo 19 è relativo alle borse di studio. Prima di questa legge le università dovevano garantire che almeno la metà dei dottorandi avesse diritto ad una borsa di studio. Questo vincolo è stato eliminato, senza però chiarire che cosa ciò significhi. Infatti lo stesso governo non sa come interpretare questo articolo, tanto che al Senato il PDL ritiene che il dottorato senza borsa sia stato abolito, mentre il PDL alla Camera lo ha interpretato come una completa liberalizzazione del dottorato senza borsa. [1]
Passando all’articolo 22 (Assegni di ricerca) invece, la principale modifica riguarda la durata dell’assegno (un massimo di 4 anni, compresi i rinnovi). Dopodiché, si deve aspettare un bando per accedere al livello di precariato superiore, il ricercatore a tempo determinato. Questo articolo prevede anche che la durata massima dei rapporti tra l’università e di titolari degli assegni e dei contratti di ricercatore a tempo determinato non possa in ogni caso superare complessivamente i 12 anni.
Riguardo il limite di 12 anni non siamo pregiudizialmente contrari, anzi questo potrebbe aiutare ad evitare la piaga del precariato a vita. Ma, essendo questa una legge a costo zero, senza finanziamenti le università non possono sviluppare un piano di reclutamento dignitoso, condannando pertanto la maggior parte di noi a 2 strade: cambiare mestiere o cambiare nazione, ed ingrossare quindi le fila dei cosiddetti cervelli in fuga che vanno ad arricchire atenei e nazioni straniere, visto che nel nostro paese mancano anche piani per incentivare il reclutamento dei dottori di ricerca nel settore privato.
A fronte dello sforzo di mandare avanti metà della ricerca, ci saremmo però aspettati dal Ministero un trattamento migliore, e da questa legge la risoluzione di una serie di annosi problemi, che invece sono ancora tutti lì:

  • il superamento del dottorato senza borsa, che crea un dottorato di serie A ed uno di serie B;
  • l’eliminazione delle tasse per i dottorandi: infatti riteniamo che la tassazione oltre ad essere ingiusta, dal momento che penalizza chi si forma e fa ricerca al servizio dell’università, è secondo noi anche in contrasto con il diritto allo studio sancito dall’articolo 34 della costituzione che garantisce ai “capaci e meritevoli” l’accesso ai più alti gradi dell’istruzione, visto che quasi mai è accompagnata da misure di diritto allo studio in base al reddito;
  • l’adeguamento periodico dell’importo della borsa di studio, tenendo conto dell’inflazione;
  • il diritto alla rappresentanza di dottorandi e precari negli organi di governo delle università;
  • la valorizzazione del titolo di dottore di ricerca nel settore pubblico ed in quello privato;
  • l’applicazione della Carta Europea dei ricercatori;
  • l’adeguamento delle retribuzioni degli assegnisti in linea con quelle degli altri grandi paesi europei.

Abbiamo volutamente lasciato alla fine uno degli aspetti irrisolti più critici, che esiste da sempre e questa legge non risolve: quello relativo alle norme per il reclutamento, che a nostro parere sarà forse inquinato più di prima da clientelismi e nepotismi di varia natura.

A questo punto, se pure fossimo disposti ad accettare un sistema in cui solo una piccola percentuale tra i migliori possa andare avanti nella carriera, non ci sentiamo però di accettare un sistema come questo in cui l’impegno personale e le capacità professionali non necessariamente fanno la differenza. Come avviene in tutto il mondo, infatti, la valutazione sui risultati della persona scelta dovrebbe essere vincolante nella distribuzione dei fondi successivi all’Ateneo e al Dipartimento. In realtà in questa legge l’articolo 5 prevede di vincolare una parte dei fondi di finanziamento alla produttività delle strutture di ricerca, ma risulterà sostanzialmente impraticabile perchè di questa valutazione se  ne deve occupare l’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario), disponendo di una quantità di fondi assolutamente insufficienti per condurre una valutazione a livello nazionale. Basti pensare che i 5mln che prenderà l’ANVUR sono il 7% di quanto ha a disposizione l’omologo ente francese di valutazione della ricerca.

Ad ogni modo, oggi i vuoti normativi hanno gettato nel panico gli Atenei e stanno paralizzando qualsiasi forma di reclutamento.  Ci troviamo oggi in una situazione emergenziale in cui nuovi cicli di dottorato di ricerca non possono essere avviati perché non è ancora uscitro il decreto ministeriale che servirebbe a superare l’impasse sull’interpretazione della questione del dottorato senza borsa. In più, con la riforma tutte le borse di studio post-laurea sono state abolite, ad eccezione degli assegni, che però sono a tutt’oggi bloccati, perché occorre anche in questo caso un decreto ministeriale che ne fissi l’importo minimo [2].

Nonostante tutto, ci sforziamo comunque di essere propositivi. Noi consideriamo infatti questa riforma, pur avendola contrastata con ogni mezzo, un momento importante per ripensare l’università, soprattutto a livello locale. La riforma degli Atenei non può essere lasciata esclusivamente nelle mani dei Rettori o delle Commissioni preposte alla riscrittura dello Statuto, ma deve costituire uno dei principali elementi di riflessione e partecipazione dei dottorandi e dei giovani ricercatori. Anche a tal proposito, purtroppo, rileviamo che non un solo ateneo in Italia abbia consentito ad un dottorando/assegnista di partecipare ad una fase così importante, che rappresenterebbe invece una vera occasione per rendere più democratiche le nostre università [3].

Concludiamo questo intervento con una notizia positiva per gli assegnisti. La settimana scorsa il Governo ha risposto all’interrogazione parlamentare che l’On.Ghizzoni ha fatto su richiesta di CUN e ADI, riguardo la tragica situazione degli assegni di ricerca che erano rimasti bloccati dall’entrata in vigore della Legge Gelmini. La risposta del Governo è stata, sostanzialmente, che:

  • le procedure emanate prima dell’entrata in vigore della legge (29 gennaio 2011) si svolgeranno secondo vecchia normativa;
  • i bandi contrattualizzati prima dell’entrata in vigore della legge proseguiranno secondo la vecchia normativa compresa la possibilità di rinnovi.

Questo dovrebbe chiarire tutti i dubbi delle amministrazioni universitarie e degli enti pubblici di ricerca, che nel frattempo avevano bloccato i rinnovi dei contratti degli assegnisti, quasi licenziando, di fatto, migliaia di precari della ricerca.

Infine vorremmo ricordare che il 9 aprile si terrà a Roma ed in altre città italiane una manifestazione che coinvolgerà tutto il mondo del precariato, dal titolo “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta”. Per la prima volta sarà possibile coinvolgere moltissime associazioni e categorie di precari, toglierli dall’ombra e mettere al centro della scena, per un giorno. Tra di essi associazioni di archeologi, laureati in lettere, giornalisti, avvocati, gli studenti, ricercatori, precari della scuola. La manifestazione ha l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica le varie realtà vissute ogni giorno dai precari. Sarà una giornata in cui chiedere con una sola voce maggior partecipazione, maggiori diritti e maggiori tutele.

Note:
[1] Aggiornamento (25 marzo): durante l’ultimo incontro del CNSU con il Ministro Gelmini, pur non essendo ancora uscito il decreto attuativo, l’articolo 19 è stato ufficialmente interpretato nella seconda accezione, come assoluta libertà degli atenei nel definire il numero di posti senza borsa.
[2] Aggiornamento (25 marzo): il decreto ministeriale sull’importo minimo degli assegni di ricerca è stato firmato dal Ministro lo scorso 9 marzo. E’ attualmente al vaglio della Corte dei Conti ed aspettiamo che venga reso pubblico.
[3] L’unica eccezione, fino ad ora, è costituita dall’Università di Pisa, in cui un assegnista è stato ammesso alla Commissione Statuto come 16° membro non votante ma con diritto di parola. Per la designazione del rappresentante si è proceduto ad una consultazione elettorale, in cui l’elettorato attivo era costituito da dottorandi, assegnisti, borsisti di ricerca, specializzandi e cultori della materia membri di commissione d’esame.

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