I precari della ricerca

8 05 2011

Fronte del corteo, con le associazioni di "Il nostro tempo è adesso"Il 6 maggio abbiamo aderito a livello nazionale ed a livello locale allo sciopero indetto dalla CGIL sul tema del lavoro e del precariato.   Abbiamo accettato l’invito di aprire il corteo con le altre associazioni de “Il nostro tempo è adesso“, per testimoniare l’esistenza di una forma di precariato assai diffusa nelle Università italiane, quella degli assegnisti di ricerca.

Gli assegnisti di ricerca i Italia sono più di 16000. Sono giovani che dopo il dottorato hanno iniziato a fare ricerca con contratti brevi, tipicamente di alcuni mesi, che vengono rinnovati volta per volta se l’Ateneo ha fondi sufficienti.

Costituiscono la categoria più debole nell’Università, in quanto la loro voce non viene tenuta in nessuna considerazione, dato che non godono del diritto di voto nè hanno diritto ad una propria rappresentanza.

Ma il precariato nell’Università italiana non si ferma qui. La recente legge di riforma dell’università (Gelmini) istituzionalizza infatti il precariato, trasformando la figura del ricercatore in una forma di lavoro a tempo determinato, della durata di alcuni anni.

Il corteoChe cosa aspetta un giovane dopo il dottorato? Al massimo 4 anni di assegno di ricerca, a cui possono seguire fino a 8 anni di ricercatore a tempo determinato. A quel punto, se l’università ha sufficienti fondi, si può essere discrezionalmente  assunti a tempo indeterminato. Dopo 12 anni di precariato, quindi, nessuna prospettiva di stabilizzazione certa, e per molti la necessità di dover cambiare mestiere o di ingrossare le fila dei ricercatori all’estero.

A questo si aggiunge il fatto che, riuscendo a conseguire i titoli nei tempi prestabiliti, si prevede l’ingresso nel sistema universitario a 38-39 anni con pochissimi (se non nulli) contributi versati ai fini pensionistici.

Il precariato avvelena la vita dei ricercatori, rendendoli meno efficienti e più ricattabili, per via della breve durata dei contratti e della continua necessità di rinnovarli. Il 6 maggio eravamo in piazza anche per coloro che non hanno potuto essere presenti.

Eravamo in piazza per dire che non ci basta il pane, vogliamo anche le rose.

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